È necessario bilanciare sicurezza e opportunità tecnologica digitale
Il nuovo conflitto bellico provocato da Usa e Israele contro l’Iran provoca in tutti noi un sentimento di smarrimento, difficoltà e incertezza. A nessuna persona di buon senso può piacere una guerra. Peraltro nel mondo vi sono oltre 50 focolai aperti come quello russo-ucraino, in Sudan, in Palestina (ancora aperto) e in tanti altri Paesi. Oltre alle evidenti conseguenze di morti, anche giovanissime (le bambine in Iran), vi sono quelle economico-commerciali spesso legate a speculazioni, sulle quali i governi e le forze dell’ordine deputate a ciò (Guardia di finanza) come pure le Autorità di garanzia non possono non intervenire. Da alcuni anni vi è di pari passo una guerra legata alla comunicazione (si badi bene che ho usato questo termine e non quello dell’informazione, che è altro spesso latita o lascia il posto appunto alla comunicazione).
Mi riferisco alla comunicazione di parte, all’uso delle nuove tecnologie e degli strumenti comunicativi più moderni. Parto nel ricordare quanto accaduto a settembre 2024 quando son esplosi i devices comunicativi degli Hezbollah, pager e walkie talkie che hanno provocato un vero e proprio attacco possibile grazie al sistema digitale. La manipolazione dei devices fu realizzata con un esplosivo personale. Quanto accadde un anno e mezzo fa ci serve per favorire una riflessione sul significato di società digitale e minaccia cibernetica nel 2026 alla luce dei vari e complessi teatri di guerra presenti nel mondo.
Indubbiamente vi è la necessità, estrema, di bilanciare sicurezza e opportunità tecnologica. È il caso di rallentare, fors’anche drasticamente, la tendenza, anche culturale, ad adeguarsi all’offerta digitale che è certamente positiva in termini di sviluppo, ma che abbisogna di un’estesa consapevolezza generale. Ciò significa anche garantire spazi mediatici a chi invoca regole e il loro rispetto per intelligenza artificiale e digitale. Alla stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si richiede un ruolo più importante e deciso in proposito magari con una legislazione dedicata.
Le guerre in atto, definite ibride, prevedono anche una guerra cognitiva con un’esposizione di tutti noi agli stimoli comunicativi che determinano incertezza. La sensazione è che l’opinione pubblica mondiale (in questo settore la globalizzazione non è certamente venuta meno) sia un bersaglio degli attori (tutti) dei conflitti. Non siamo lontani da quanto accaduto nel recente periodo pandemico mondiale. L’obiettivo è la conquista delle menti al fine di plasmare la percezione della realtà attraverso un vero e proprio bombardamento delle coscienze anche perché guidare popolazioni incerte e paurose è certamente più facile, ma, allo stesso tempo, anche estremamente pericoloso. Reputo chiaro che l’opinione pubblica sia centrale nei conflitti cognitivi anche perché può essere frammentata in differenti pubblici per esercitare pressione: curva Sud contro curva Nord e viceversa. In tutto ciò la mal-comunicazione e la disinformazione regnano sovrane e la fanno da padrone rendendo complicato fidarsi e ricercare un’informazione corretta e veritiera.
Cosa accadrà domani? Difficilissimo prevederlo, forse impossibile. La tecnica digitale ha assoggettato il mondo finendo per farci scambiare lo sviluppo per progresso mentre non tutte le conquiste legate allo sviluppo, specie se prive di regole, portano a un positivo progresso. Tutto ciò fa correre il pesantissimo rischio di collocare l’Uomo ai margini della storia che stiamo vivendo in questo millennio.
Se i grandi della terra, tutti, potessero mettere realmente le Persone dinanzi agli interessi, ai principi, agli egoismi, privilegiando l’etica alla legge del più forte potremmo certamente rivivere una fase storica di vita migliore. Illusione? Utopia? Fose sì, ma rassegnarsi è un’opzione da non prendere in considerazione, mai come in questo momento. Lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Come farlo? Ognuno facendo la propria parte positivamente nel suo microcosmo più o meno rilevante secondo un principio rilevante, quello dell’etica della responsabilità.
Daniele Damele
Presidente Federmanager FVG
e Segretario CIDA FVG






