La sfida è un’Europa che crea un mercato unico e utilizza i fondi per le imprese
La crescita vertiginosa del prezzo dei carburanti e dei costi dell’energia preoccupa le imprese. Si temono ripercussioni pesanti sul Pil. L’impatto sulla crescita Pil nel 2026 è, per ora, ancora contenuto, ma non sappiamo quanto duri l’incertezza. Le cose potrebbero peggiorare ove non si ponesse realmente fine alla guerra di Israele e Usa contro Iran e Libano. Il protrarsi di questa situazione aumenta, ovviamente, le ripercussioni. Nell’anno della pandemia da Covid l’Italia perse il 9 per cento di Pil mentre con la crisi del 2008 scese di 5 punti. L’altro tema centrale rimane la scarsità delle materie prime. Su venti milioni di barili che uscivano da Hormuz al giorno, ne arrivavano in Europa meno di un milione. I nostri principali fornitori sono Norvegia, Kazakistan e altri. Si tratta di contratti che prevedono la fornitura a prezzi di mercato, ma il rischio è di comprare a caro prezzo quel petrolio anche se non dovremmo rimanere senza. Ma se in questi giorni dovesse scendere il prezzo del petrolio nei mercati prepariamoci a vedere un prezzo che non cala velocemente alla pompa in quanto è un qualcosa che, purtroppo, accade in tutto il mondo: si chiama speculazione.
Intanto le imprese possono contare sui fondi di Transizione 5.0 per garantirsi competitività e innovazione in un contesto in cui i problemi, derivati dalla situazione geopolitica alquanto precaria e incerta, sono tanti e rilevanti. L’impegno complessivo del governo per Transizione 5.0 è arrivato a 4,25 miliardi, mentre il nuovo iper ammortamento 2026-28 conterà su finanziamenti per 8,3 miliardi. Il ripristino del credito d’imposta al 90% sui beni strumentali e al 100% sugli impianti fotovoltaici ad alta efficienza è un aspetto concreto che dovrebbe essere operativo nei primi giorni di maggio. Alle imprese servono certezze di questo tipo per poter procedere con gli investimenti industriali tenendo conto che nel 2027 verrà meno il PNRR.
S’impone la necessità di favorire una forte e coesa collaborazione tra pubblico e privato in grado di favorire una politica industriale solida capace di accompagnare gli investimenti e rafforzare la competitività italiana. Gli imprenditori e i manager sono pronti a fare la loro parte chiedendo regole chiare e tempi certi per poter programmare e investire con fiducia nel futuro. Insomma occorre instaurare un rapporto sano e credibile tra Stato e sistema produttivo all’insegna della stabilità normativa e dei tempi certi.
Sostenere il sistema industriale e manifatturiero in un periodo così complesso favorisce sviluppo e competitività dando fiducia all’intero sistema produttivo. Che fare? In Europa dovrebbero immediatamente tagliare il costo dell’energia elettrica disponendo la revisione del meccanismo degli oneri, fiscalizzandoli, relativi all’emissione di carbonio delle centrali termoelettriche. L’auspicio è, poi, che ci sia una graduale ripresa dei flussi di petrolio e gas dallo stretto di Hormuz. Ma nel frattempo, l’Europa deve reagire prendendo le sue decisioni con una velocità differente da quella finora adottata giacché viviamo in un mondo in cui i cambiamenti sono enormemente accelerati.
In questi ultimi anni sono state fatte emissioni di debito comune per finanziare l’Ucraina e il piano Next Gen, ora si vorrebbe favorire il riarmo. Piuttosto che pensare alle armi (e quindi a distruzione, morti, sofferenze) occorre favorire un’autonomia strategica energetica. Occorre puntare, poi, su tecnologia, digitale, innovazione. E perché non collegare l’ampio risparmio delle famiglie europee con le necessità di investimento delle imprese? Per riuscirci occorre armonizzare le regole, introdurre nuovi strumenti finanziari, assicurare fiducia. Il primo passo dev’essere la creazione di un mercato unico europeo con regole uniche per tutti i Paesi europei altrimenti i risparmi vanno negli Stati Uniti e in altri Paesi extra comunitari. Si pensi che le famiglie risparmiano ogni anno circa 1.400 miliardi di euro. Di questa massa di danaro vengono investiti al di fuori dell’Unione Europea oltre 300 miliardi. Si tratta di capitali che ogni anno finanziano imprese extra Ue.
Si tratta, invece, di trasformare il risparmio in un motore attivo di crescita, modernizzazione e produttività. Le imprese del Nord Italia hanno dimostrato negli anni una notevole capacità di reazione e adattamento. L’attuale scenario pone ulteriori sfide e richiede un maggiore impegno diretto a diversificare i mercati di sbocco e di approvvigionamento, a rivedere i modelli di business, a innalzare ulteriormente la qualità delle produzioni e a investire sempre di più in tecnologia. Se Europa, Stato Italiano e PA svolgeranno al meglio la loro parte la sfida è sostenibile e la si può vincere.
Daniele Damele
Presidente Federmanager FVG
e Segretario Cida FVG







