Vanno favoriti investimenti in ricerca, sviluppo, capacità di calcolo e commercializzazione globale
Una ricerca attuata negli States evidenzia che negli Usa tra il 2025 e il 2026 in tutti i settori il numero dei lavoratori sostituiti direttamente dall’Intelligenza artificiale (AI) oscilli tra 100 e 150 mila unità. Dalla Cina giungono dati che pongono in luce che i fondi pubblici e privati investiti per l’AI ammontano a 125 miliardi di dollari. È evidente che vi è la necessità di giungere a una regolamentazione dell’AI a livello mondiale al fini di trovare un equilibrio tra norme che diano sicurezza alle persone, alle imprese e al mercato e che garantiscano allo stesso tempo uno sviluppo e un utilizzo eticamente responsabile dell’AI. Le regole sono fondamentali per far sì che questa tecnologia contribuisca al benessere generale e non abbia effetti distorsivi sull’equilibrio sociale e dei mercati nel pieno rispetto delle persone.
Il Cern di Ginevra a suo tempo decise che internet fosse gratuito e aperto a tutti. Internet ha avuto, però, un effetto distorsivo legato al modello di business che si basa sull’utilizzo commerciale dei dati degli utenti. Per massimizzare i ritorni economici i social sono costruiti in modo da tenere gli utenti collegati e interattivi, obiettivo che viene ottenuto con la pubblicazione di contenuti radicali e non necessariamente veritieri. La verifica delle fonti è divenuto un vecchio ricordo giornalistico. Ciò provoca un’influenza fortissima sulla percezione della realtà e sulla stessa salute psicologica delle persone, specie di giovani e vulnerabili.
Molto dipende dagli algoritmi che sono costruiti per soddisfare il modello di business delle aziende che li gestiscono. A questo punto è lecito domandarsi quale sarà il modello di business delle aziende dell’intelligenza artificiale? Come rientreranno le big tech dei mille miliardi di dollari investiti negli ultimi anni? La strada segnata dai social sembra indicare qualcosa, quantomeno per l’utilizzo individuale: aumentare il più possibile il collegamento, l’interazione, la dipendenza. È un problema!
Diverso è pensare a utilizzare l’AI per aumentare la produttività e la competitività internazionale delle imprese manifatturiere mantenendo il numero di occupati se non cercando addirittura di aumentarlo. L’Europa deve trovare un suo spazio e un suo ruolo nello sviluppo dell’AI costruendosi una autonomia tecnologica evitando così che il denaro e il potere si concentrino nelle mani di pochi incontrollabili soggetti. L’AI deve divenire un bene comune per imprese e cittadini nell’interesse e nella tutela di tutti con l’Uomo al centro come si evince chiaramente anche dalla recente enciclica papale sullo stesso tema.
Il Nord Italia ha capitale umano, infrastrutture e imprese in grado di reggere la nuova competizione dell’AI in un momento in cui registriamo la fine dell’ordine economico nato dopo la Guerra fredda. La Cina continua a puntare sulle esportazioni sostenendo le proprie imprese anche attraverso forti interventi pubblici creando inevitabili squilibri economici mondiali. Purtroppo oggi la cooperazione internazionale è venuta meno.
E se gli Usa sono il Paese più indebitato del mondo, la Cina continua ad accumulare vantaggi commerciali enormi. In questo scenario l’Europa è fragile soprattutto perché non sta facendo abbastanza innovazione tecnologica nei settori decisivi e non sostiene il settore manifatturiero e dei servizi. La competizione si gioca sulla tecnologia, sull’intelligenza artificiale, sui brevetti, sulla capacità di calcolo, sui servizi avanzati. Si tratta di settori nei quali l’Europa è in ritardo.
Sta crescendo la disuguaglianza interna europea. Il settore industriale non coincide più con il solo manifatturiero. Dentro l’industria oggi ci sono enormi componenti di servizi: tecnologici, finanziari, digitali. I fattori produttivi tradizionali stanno cambiando. La soluzione è far andare a braccetto il manifatturiero con questi servizi. La sfida è far sì che la tecnologia non sostituisca il lavoro, ma divenga complementare al lavoro.
Vanno favoriti investimenti in ricerca, sviluppo, capacità di calcolo, ingegneria e commercializzazione globale.
Di pari passo vanno ridotti i costi energetici e logistici con un’Europa più forte e più coesa in grado di sviluppare un mercato interno che va valorizzato anche con nuove relazioni commerciali.
Nelle regioni del Nord Italia sono in corso importanti investimenti in infrastrutture, ma è il capitale umano che può fare la differenza.
Daniele Damele
Presidente Federmanager FVG







