La Manovra economica 2027 ripropone un copione che in Italia sembra non conoscere alternative: quando bisogna recuperare risorse per far quadrare i conti pubblici, si torna a guardare alle pensioni. I pensionati non sono una categoria privilegiata per definizione: sono persone che hanno lavorato, versato contributi e pagato imposte per decenni. Molti continuano inoltre a sostenere economicamente figli e nipoti, svolgendo un’importante funzione sociale.
Questa volta il bersaglio è soprattutto la rivalutazione degli assegni pensionistici. Il disegno di legge di Bilancio prevede infatti che la perequazione all’inflazione sia riconosciuta integralmente soltanto alle pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo INPS, attualmente pari a circa 2.447 euro lordi mensili. Per gli assegni superiori vengono introdotte percentuali progressivamente ridotte: dall’85% per la fascia successiva fino ad arrivare al 32% per le pensioni più elevate. Una scelta quella dell’attuale Governo che penalizza ancor più pesantemente i pensionati rispetto a quanto fatto in merito dai precedenti Governi, in quanto la percentuale ridotta viene applicata all’intero trattamento pensionistico e non soltanto alle quote eccedenti le singole soglie. Questa misura riduce ulteriormente e progressivamente il potere d’acquisto di redditi maturati dopo decenni di lavoro e di versamenti contributivi. La perequazione delle pensioni all’inflazione non è un privilegio, ma uno strumento indispensabile per difendere il potere di acquisto. Limitare gli aumenti significa far pagare ancora una volta il prezzo delle difficoltà finanziarie dello Stato a una categoria che, nella maggioranza dei casi, non può sottrarsi al prelievo fiscale. Non tutti lo sanno che la perdita di reddito per ridotta perequazione è cumulativa. Per redditi lordi di 35.000 € la perdita cumulata dal 2020 al 2025 è di circa 7.000 €, per redditi di 50.000 € è di circa 11.000 €, per 80.000 è di 24.000 € e per redditi di 100.000 € è di 30.000. Ma la perdita rimane anche dopo il 2025. Ed infatti nel 2025 ogni mese è mancata alla pensione mensile per i redditi lordi prima citati rispettivamente 200 €, 330 €, 700 €, 870 €, rispetto ad una rivalutazione integrale. La previdenza non può diventare il bancomat dello Stato. Le analisi del professor Alberto Brambilla presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, indicano una possibile strada diversa: recuperare risorse combattendo evasione, lavoro nero e ingiustizie fiscali. La domanda, quindi, è inevitabile: perché non cercare prima le risorse dove si annidano evasione fiscale, lavoro sommerso ed elusione contributiva?
Un metodo è quello di far emergere il contrasto di interessi ovvero creare meccanismi che rendano conveniente per i cittadini pretendere fatture e ricevute fiscali. Oggi, infatti, in molti settori, il consumatore non ha un vantaggio concreto nel richiedere la fattura e talvolta viene addirittura incentivato a rinunciarvi in cambio di uno sconto. Detrazioni mirate, incentivi alla tracciabilità dei pagamenti e controlli incrociati più efficaci potrebbero contribuire a cambiare questa situazione.
Altrettanto importante è combattere il lavoro nero e l’evasione contributiva: ogni lavoratore regolare in più significa maggiori contributi oggi e maggiori garanzie previdenziali domani.
In definitiva la vera riforma della Manovra 2027 dovrebbe partire da un principio semplice: chi ha sempre pagato le tasse non può continuare a pagare anche per chi non le paga.
I coordinatori del gruppo Seniores Federmanager Friuli VG
Luigi Monte – Francesco De Benedetto – Edi Pobega – Mario Sica







