La crescita è possibile anche in un momento d’incertezza con una nuova Europa
La competitività del sistema economico si fonda sicuramente sulle imprese, sulla loro capacità di innovare e posizionarsi sui mercati, ma queste sono condizioni necessarie, ma non sufficienti. In misura sempre maggiore incidono anche il territorio, le istituzioni pubbliche, i manager, l’istruzione. Le innovazioni tecnologiche stanno rivoluzionando i mercati mentre il Nord Italia ha l’opportunità di trainare il Paese verso lo sviluppo. La maggiore competitività è di gran lunga attribuibile a Lombardia, Veneto, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna anche se non va scordato, nel Centro Italia, il ruolo centrale del Lazio.
In queste regioni si punta alle aggregazioni, al superamento del capitalismo familiare, si presta attenzione alla formazione di dirigenti e lavoratori, alla ricerca di nuovi mercati, alla digitalizzazione. La crescita è possibile facendo progredire l’intera filiera delle imprese puntando decisamente alla produttività, alla riduzione dei costi energetici, al superamento della sola domanda tedesca cercando un export internazionale anche sulla base di un mercato unico europeo favorendo i passaggi generazionali con l’ingresso di dirigenti capaci e competenti e investimenti pubblici.
I piani Industria 4.0 e 5.0 stanno dando frutti e la digitalizzazione è in corso anche se abbisogna di formazione del capitale umano e d’essere governata perché il sistema produttivo del Nord Italia ha capacità di reazione e i nostri imprenditori e manager industriali sono capaci di reggere positivamente in un mondo di guerre, dove il disordine commerciale e crisi di portata mai vista con un’incertezza continua sono sovrane. Dobbiamo, poi, affrontare la concorrenza del Far East e chiedere allo Stato di dotarsi di una politica industriale vera che sappia difendere le produzioni e favorire l’innovazione tecnologica nella manifattura come pure mantenere un welfare aziendale importante che va inteso come salario reale.
Guardando al futuro va detto che i profili occupazionali più ricercati sono quelli tecnici e specializzati a conferma di un fabbisogno orientato verso competenze professionali qualificate. Occorre risultare più inclini al cambiamento nelle imprese valutando un’apertura del capitale e l’accesso a competenze manageriali privilegiando il coinvolgimento di partner industriali con orizzonti di lungo periodo.
Un altro aspetto è quello afferente la crescente integrazione tra manifattura e servizi che costituisce un fattore di competitività a patto che si rafforzi la capacità di anticipare e interpretare i fabbisogni professionali delle imprese, di sostenere l’innovazione, accompagnare le transizioni lavorative e favorire la diffusione di competenze coerenti con l’evoluzione del sistema produttivo.
Questa prospettiva consente di favorire l’integrazione tra industria e terziario certi che la diversificazione produttiva rappresenta un importante fattore di resilienza del sistema economico, ma non può essere considerata un sostituto equivalente della manifattura che va sostenuta anche in alternativa al “riarmo”. Gli effetti dell’innovazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale non dipenderanno esclusivamente dalle caratteristiche delle nuove tecnologie, ma saranno mediati dalla struttura produttiva, dall’organizzazione delle imprese, dai dirigenti e dalle modalità con cui tali innovazioni saranno adottate nei diversi contesti economici. Comprendere l’evoluzione del sistema produttivo rappresenta una condizione essenziale per interpretare i futuri cambiamenti della domanda di lavoro, delle professioni, delle competenze, del futuro dell’Italia.
Daniele Damele
Presidente Federmanager FVG







