I dirigenti sono chiamati a guidare e gestire l’AI nell’interesse comune dell’Uomo
Il governo italiano ha opportunamente approvato i decreti attuativi sull’intelligenza artificiale definendo una disciplina per l’applicazione delle normative a livello nazionale e individuando una governance nel coordinamento tra Agenzia nazionale per cybersicurezza e l’Agenzia per l’Italia Digitale. L’Italia è la prima nazione che si dota di una normativa nazionale organica in materia, peraltro a pochi giorni dall’enciclica del Papa “Magnifica Humanitas”. Le norme approvate prevedono anche, positivamente, la responsabilità civile per danni da AI.
Da quando l’intelligenza artificiale è alla portata degli smartphone di quasi tutti è imperativo garantire un utilizzo sicuro e consapevole dell’AI. Le regole servono per costruire una base culturale e normativa in grado di proteggere decisioni che incidono sulla vita delle persone. I dati che ogni secondo diamo in pasto ai “chatbot” sono, infatti, beni comuni, da utilizzare con tanta cautela. È imperativo tenere al centro la persona e responsabilizzarla. Un obiettivo centrale è quello di contrastare l’impoverimento delle capacità logiche e a un calo della profondità dei ragionamenti. Per rimanere umani (sembra incredibile, ma è realtà…) bisogna valorizzare la fantasia, la creatività e le relazioni sociali autentiche, coltivare il piacere di stare insieme.
Il progredire dell’AI porterà al ridimensionamento di professioni ripetitive, all’automazione di attività informatiche di basso livello, condurrà le aziende ad aver meno bisogno di personale junior, ma bisogna ricordare che il controllo umano deve pur sempre essere la base, perché la responsabilità delle scelte importanti resta in capo all’Uomo e non alla macchina. Ecco la sfida per i manager: i dirigenti sono chiamati a guidare e gestire l’AI nell’interesse comune dell’Uomo.
I decreti attuativi governativi hanno un filo conduttore, ovvero l’impostazione antropocentrica, un’AI governata da una visione etica e umanistica. Rispetto al tema dell’impatto dell’AI sul lavoro il decreto legislativo introduce il divieto di utilizzo di un sistema automatizzato per le decisioni che incidono sul rapporto di lavoro come l’assunzione, la modifica delle condizioni contrattuali, il licenziamento, le sanzioni disciplinari. Laddove, poi, l’AI modificasse modalità di lavoro e organizzazione il tema deve diventare oggetto di un’integrazione della valutazione dei rischi ai fini degli obblighi in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. L’AI va, quindi, considerato un oggetto d’uso e non un soggetto di diritto.
Ottant’anni fa i Costituenti italiani hanno sancito che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, il lavoro, appunto. Come accennato l’automazione robotica erode il lavoro ripetitivo, fisico e cognitivo di routine. Il World Economic Forum stima che entro il 2030 (fra soli 4 anni!) oltre 85 milioni di posti di lavoro potrebbero essere sostituiti. La traiettoria è strutturale, non congiunturale. Ma attenzione l’intelligenza artificiale generativa non sostituisce solo il lavoro fisico e ripetitivo: attacca le attività cognitive quali il giudizio, la sintesi, la creatività, la diagnosi che erano il rifugio qualificato di tutte le precedenti automazioni. E introduce un tipo di capitale radicalmente diverso dal robot in fabbrica: un capitale che non si vede, non si tocca, non si divide e non si esaurisce. Il capitale decisivo nell’economia dell’AI. è lo stock di dati, il modello addestrato, l’algoritmo proprietario. Oggidì Apple vale più di tutta l’industria automobilistica europea senza possedere una fabbrica. OpenAI vale centinaia di miliardi di dollari il cui contenuto reale è un insieme di parametri numerici, i pesi di una rete neurale.
I sistemi di AI non creano valore dal nulla, lo estraggono da miliardi di contributi umani non remunerati, testi, ricerche, preferenze, comportamenti che hanno addestrato i modelli e continuano a farlo. Chi ha prodotto quei dati è un fornitore di fattore produttivo mai pagato. I dati e i modelli algoritmici non sono proprietà privata redistribuita per generosità, ma bene comune restituito ai suoi produttori. Occorre assicurarsi che chi contribuisce alla produzione del reddito ne riceva una parte. Solo così poniamo l’Uomo al centro, in questa fase, solo così l’AI diverrà un’opportunità per tutti e non solo per pochi, anzi pochissimi.
Daniele Damele
Presidente Federmanager FVG






